Il porcellino (una fiaba rock & roll)

Il porcellino (una fiaba rock & roll)
Il porcellino (una fiaba rock & roll), 4.4 out of 5 based on 8 ratings
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Voto: 4.4/5
 

I.

“Che ti dicevo? È lei”.
“Non so Locusta, a me sembrano tutte uguali”.
“Dai cazzo, guarda”. Gli avvicinò lo schermo dell’iPhone a quattro centimetri dal naso, tanto che l’amico dovette indietreggiare con la testa per riuscire a mettere a fuoco.
“Il colore è diverso”
“Dio santo, Tampax…”. Fece scorrere con l’indice un paio di pagine e trovò quella nera. “Ecco, ora che ne dici?”
Tampax guardò verso la parete in fondo al locale, guardò l’immagine sull’iPhone, poi di nuovo la parete.
“Sì, viste così sembrano identiche.”
“Sono identiche, fidati”, replicò finendo la sua bottiglia di Bacardi Breezer al pompelmo.
“Dai, noi non ci capiamo un cazzo di queste cose. Magari poi viene fuori che è una riproduzione giapponese e che non vale niente.”
“Non è giapponese, idiota. Vedi che c’è anche la stessa marca impressa sopra?”
“Non so, a me sembra una stronzata. Ma poi chi te l’ha fatta questa soffiata del cazzo?”
“Gorgo.”
“Gorgo? E Gorgo che cazzo ne sa? Quello non distingue un pianoforte da una tromba. Dai Locusta andiamocene, per piacere”. Lì dentro, con quella gente, con quella musica, con tutti quegli strani feticci appesi ai muri, cominciava a provare una primitiva sensazione di allerta.
Lo chiamavano Tampax perché, circa dall’età di quattordici anni, soffriva di emorragie dal naso e quindi spesso lo si vedeva in giro con due tamponi gonfi di sangue infilati nelle narici. Il fatto che ultimamente, oltre alle pastiglie di MDMA, avesse anche cominciato a tirare di coca, non aveva senz’altro migliorato le sue condizioni.
“So quello che dico. Suo fratello ha un gruppo o qualcosa del genere. È stato lui a dirglielo”
“Ma come fai ad esserne così sicuro?”
“Cazzo Tampax, come faccio a fartelo entrare in testa?”
Locusta si guardò attorno. Nonostante l’ora tarda il Nelson Pub di Cremona era ancora gremito di gente e “Tunnel of love” rockeggiava prepotente dai quattro altoparlanti fissati negli angoli del locale:

“In a screaming ring of faces
I seen her standing in the light
she had a ticket for the races
just like me she was a victim of the night.
I put a hand upon the lever
said let it rock and let it roll
I had the one arm bandit fever
there was an arrow through my heart and my soul”

I due ragazzi non ne conoscevano nemmeno mezza delle canzoni che stavano ascoltando quella sera. Doveva essere tutta roba da vecchi, anni novanta o forse anche prima. Nel tavolo immediatamente accanto al loro due uomini sulla quarantina erano al terzo giro di Tequila sale e limone. Dai frammenti di discorso che aveva potuto cogliere, gli sembrava che stessero parlando di un viaggio in Sudamerica. “Ecco due falliti coi fiocchi”, pensò il ragazzo.
“Scusa amico”, chiese al tizio coi capelli lunghi e biondi.
Il tizio si girò e lo guardò con aria interrogativa.
“Avevamo una domanda a proposito di quella”, disse indicando l’oggetto appeso alla parete. “Voi ve ne intendete?”
I due tizi si scambiarono istintivamente un’occhiata e si misero a ridere.
“Abbastanza…”, intervenne l’uomo coi capelli scuri e il pizzetto, strizzando l’occhio all’amico.
“Ci chiedevamo se fosse una Gibson originale”, disse sforzandosi di eseguire un sorriso accattivante. Il problema di Locusta, e non ultimo dei motivi che gli erano valsi quell’orrendo soprannome, era che l’ossatura spigolosa del viso, unita al colore verdognolo della pelle e al taglio alieno degli occhi, lo facevano assomigliare a tutti gli effetti ad un insetto vorace in procinto di divorarti la testa. Qualunque pietoso tentativo di sorridere non faceva che aggravare la situazione.
I due tizi stettero a guardarlo immobili per qualche secondo, sconvolti sia per la domanda, sia per un naturale ed umano istinto di repulsione.
“Ragazzo, quella non è una semplice Gibson. Quella è la Black Beauty”, rispose finalmente il biondo. Finendo d’un fiato il suo bicchierino di Tequila, l’uomo col pizzetto aggiunse: “E’ una Les Paul Custom del ’68, per essere precisi. Una chitarra che suona da sola”.

“Suonerà anche da sola, ma quand’ero sul palco con Eddie io mi cagavo addosso anche a fare un la maggiore”. La voce che aveva pronunciato queste parole arrivava dall’alto, talmente in alto che sembrava fosse intervenuto Dio in persona. I quattro alzarono gli occhi al cielo e lo videro.
Marco Brandellero, detto Brando. Trentasei anni, due metri e tre centimetri di altezza per cento quarantacinque chili di peso. Il colosso umano padrone del Nelson Pub e soprattutto della Gibson Custom appesa alla parete. Per quanto si possa essere veramente padroni di un oggetto del genere.
Tampax e Locusta ignoravano chi fosse Eddie, ma, cosa che di rado capitava anche a loro, ebbero l’ottima idea di starsene zitti.
“Cazzo Brando, ma come è successo? Ti aveva chiamato lui quella sera?” chiese il tizio biondo, che la risposta la sapeva già a memoria perché Brando l’aveva raccontata almeno cento volte.
“Sì. Durante il tour europeo dei Pearl Jam ho fatto la security a qualche data e così io ed Eddie siamo diventati amici. Quel pomeriggio ridendo mi disse ‘Stasera vieni su a fare un pezzo con noi’. Lo presi come uno scherzo ovviamente, ma prima dell’inizio del concerto lui arrivò e mi disse “Sei pronto? Porta la tua chitarra, così apriamo insieme”.
“Io mi sono sentito una fitta qui”, disse Brando indicando un punto al centro dell’enorme petto. “Pensavo fosse un infarto, ve lo giuro su Dio. Mi ha trascinato sul palco a fare “Long road”. Dio santo, ci saranno state ventimila persone.
“Le vedete queste?” disse mettendo le sue enormi mani in faccia a Tampax, che cercava disperatamente di mostrare un’aria interessata. “Riesco a disintegrare una pinta di birra con una sola di queste mani. Beh, credetemi… quella sera mi sudavano e tremavano come se fossi tornato al primo giorno di scuola”.
“Alla tua Brando”, disse il tizio col pizzetto alzando il suo bicchiere di Tequila e finendolo in un sorso.
“Vi porto un altro giro di Patròn. E questo è offerto dalla casa, amigos” disse raccogliendo i due bicchierini.
“E voi due pivelli? Volete qualche altra schifezza?” aggiunse rivolgendosi ai due ragazzi e ai loro indifendibili Bacardi Breezer.
“Sì, grazie amico. Altri due di questo”.
Brando lo guardò. Si piegò quasi di novanta gradi, per poter parlare a quattr’occhi con Locusta, e scandendo bene le parole gli disse: “Difficilmente potremo mai essere amici noi due, se continui a bere questa merda”
Tampax deglutì e rimase in apnea per qualche secondo. Locusta invece non si fece impressionare. Non si faceva mai impressionare da niente e questo era decisamente il suo secondo e più serio problema. Perché, più che innato coraggio, era totale mancanza di istinto di sopravvivenza.
“E perché la vendi allora?” replicò stupidamente.
Brando tornò dietro al lungo bancone all’inglese. Versò il Tequila reposado nei due bicchierini e, quando Locusta fu certo che non lo avesse neanche sentito, replicò sorridendo: “Perché altrimenti come faccio a distinguere gli amici dai nemici?”. I due tizi del tavolo a fianco si misero a ridere e ritornarono ai loro vaneggiamenti alcoolici.

Nessuno degli amici di Brando aveva mai sentito l’esigenza di chiedersi se quel racconto con protagonista Eddie Vedder fosse la verità. Bastava passare un paio di buone serate al Nelson Pub per capire che la verità era un concetto troppo meschino per poterci mettere piede. Lì si poteva pensare, dire e credere tutto ciò che si voleva, senza il patetico desiderio mortale di distinguere tra immaginazione e realtà. Lì si potevano progettare sgangherate fughe in Messico, si potevano fondare nuovi gruppi rock e nuove religioni, si poteva raccontare di avventure con donne bellissime ed impossibili. Quel posto era il nascondiglio dell’anima. E l’anima se ne frega della verità. Brando, con la sua maglietta a maniche corte anche in inverno, con i suoi tatuaggi sui bicipiti, con i suoi due pacchetti di sigarette al giorno ed i fiumi di birra inglese che gli scorrevano impetuosamente nelle vene, ne era il perfetto custode. Se la verità fosse voluta entrare al Nelson, avrebbe dovuto ordinare a Brando perlomeno un paio di pinte di birra. E di quella buona.

“Sei convinto ora, cazzo?”, irruppe Locusta.
“Ok. Avevi ragione”, rispose Tampax ricominciando a respirare.
“Guarda qui”, gli disse passandogli l’iPhone.
Il ragazzo osservò lo schermo e sgranò gli occhi. “Novemila euro?”
“Già.”.
“Cazzo, quella merda costa novemila euro?”
Fu in quell’esatto momento che sentirono grugnire per la prima volta. Un suono appena udibile al di sopra del pesante manto rock and roll che usciva dalle casse, ma che per qualche motivo riuscirono a cogliere. Si girarono entrambi nella direzione da cui proveniva e videro una tizia di fronte al bancone che rideva.
“Ma che carino! Ora ne metto un’altra”, disse la donna rivolgendosi a Brando, che stava seduto alla cassa.
Prima non lo avevano minimamente notato. Tampax difficilmente notava qualcosa, a meno che proprio non gliela si piazzasse esattamente sotto il naso, tuttavia nemmeno Locusta lo vide, perché da quando era entrato nel locale tutte le sue attenzioni erano state rivolte alla Black Beauty. Ci fu un nuovo grugnito, seguito dalle risa divertite degli astanti. Locusta si alzò, si avvicinò e lo vide.
Il porcello salvadanaio troneggiava fiero e sorridente sul bancone, a fianco della cassa. Ogni volta che la ragazza inseriva una moneta nella fessura sul dorso, il maialino sorrideva e cominciava a grufolare festosamente in segno di ringraziamento. Il suo muso era pesantemente truccato, in un modo che a Locusta ricordava terribilmente una maschera di Halloween, e al collare portava una piccola targhetta con scritto “Rock will never die”.
“E non hai ancora visto niente, baby”, intervenne Brando alzandosi e prendendo altre monete dalla cassa. “Se inserisci una sola moneta grufola, ma senti un po’ cosa succede adesso”. Infilò un paio di pezzi da venti centesimi nel foro e il porcello attaccò a cantare in un falsetto esilarante un ritornello che Locusta non ricordava di aver mai sentito:

“Smoke on the water, a fire in the sky!
Smoke on the water!”

Il maialino impreziosiva la performance muovendo la bocca e gli occhi e dimenando la coda arricciata a tempo con la canzone.
“Ma gli hai pitturato tu il muso come Gene Simmons?” chiese la ragazza, evidentemente fan dei Kiss.
“No, figurati. Se l’avessi dipinto io sarebbe sembrato tuttalpiù un cinghiale. Questo coso l’ho comprato quando vivevo ad Edimburgo, poco prima di tornare in Italia. Lo vidi in un vecchio negozio che vendeva carabattole e, quando dissi al padrone che avevo intenzione di aprire un pub in Italia, si tenne il porcello e mi disse di ripassare il giorno dopo”
“E tu sei tornato e l’hai trovato così?”
“Sì. Quel vecchio pazzo lo aveva truccato da The Demon. Mi disse che ora era perfetto e che così il mio nuovo locale avrebbe girato alla grande. Fortuna me ne ha portata, non c’è dubbio. E non solo perché la gente ci infila dentro i soldi”
“Beh, se torni in Scozia prendine uno anche a me, è troppo carino” replicò la ragazza infilando il portafogli nella borsetta.
“Impossibile. Credo che il negozio abbia chiuso pochi mesi dopo. Sono tornato l’anno scorso e non ce n’era più traccia. Già all’epoca il vecchio sembrava più di là che di qua”.
“Oh, che peccato” disse delusa.
“Ma senti il pezzo forte invece”. Brando prese tre monete e le infilò velocemente nel salvadanaio.
Al porcello si illuminarono gli occhi di rosso e, sempre nel suo ridicolo falsetto, attaccò:

“You show us everything you’ve got
You keep dancin’ and the room gets hot
You drive us wild, we’ll drive you crazy
You say you wanna go for a spin
Party’s just begun, we’ll let you in
You drive us wild, we’ll drive you crazy”

“I wanna rock and roll al night! Ma la canta tutta?”, chiese la ragazza dopo qualche decina di secondi.
“Tutta, dall’inizio alla fine. Quattro minuti e quindici secondi”.
La ragazza rise, ma a disagio. Per qualche motivo questa esibizione le metteva anche un po’ di paura. Preferiva decisamente la versione grufolante.
“Sai che quando l’ho comprato non m’ero neanche accorto che avesse dentro questa canzone? Forse il vecchio lo sapeva e per questo lo dipinse in tema. Bah, vallo a sapere”.
Locusta tornò a sedere al tavolo, mentre il porcello continuava la sua ridicola performance.
“Ce la portiamo via”, disse a Tampax trangugiando il suo Breezer, ma continuando a fissare il porcello salvadanaio.
“Cosa?”
“La settimana prossima, ce la fottiamo”
“Ma che cazzo stai dicendo?”
“Senti, io mi sono rotto le palle di rubare telefoni e navigatori per prendere quattro soldi del cazzo. E quella chitarra è assegno circolare. Ci sistemiamo per un po’, magari ci compriamo anche una macchina”.
“Ma che ti viene in mente? Come diavolo credi di portarla fuori da qui? Dai Locusta, è una bella stronzata, lascia perdere”. Tampax disse tutto questo con la convinzione con cui un cane entra dal veterinario. Non era mai riuscito a far cambiare idea a nessuno, figuriamoci a Locusta.
“Adesso rimaniamo qui fino a chiusura, devo capire come gira qui”.
Tampax rinunciò a ribattere. Si buttò contro lo schienale della sedia e sentì un leggero sapore di sangue in gola.

Dopo un paio d’ore Brando alzò le luci del locale e invitò la gente ad uscire. Se ne andarono tutti, eccetto i due bevitori di Tequila, che rimasero al bancone a parlare con il secondo barista. Brando chiuse la saracinesca dell’ingresso. I due ragazzi si diressero verso i propri motorini, si accesero una sigaretta ed aspettarono che la gente si levasse di torno.
“Dio santo, quella musica mi fa vomitare”
“A chi lo dici. Che vuoi fare ora?” chiese Tampax ansioso.
“Voglio vedere che fanno ora quel gigante del cazzo e i suoi amici”
Le ultime persone rimaste di fronte al locale si smaterializzarono sulle loro auto. Locusta aspettò quasi venti minuti e poi si avvicinò al Nelson con circospezione, seguito goffamente dall’amico. Era maggio e l’atmosfera notturna era già abbastanza tiepida da permettere di tenere le finestre aperte. Facendo attenzione a non farsi notare, Locusta sbirciò attraverso le inferriate e riuscì ad intravedere i due uomini, seduti al tavolo con Brando e l’altro barista. Stavano tutti mangiando una gigantesca bistecca, annaffiata da una altrettanto gigantesca birra. Dal televisore sopra alle loro teste un tizio si mise ad urlare: “Gli anni passeranno e i politici non faranno mai un cazzo per rendere il mondo migliore. Ma in tutto il mondo ragazzi e ragazze avranno sempre i loro sogni e tradurranno quei sogni in canzoni!”
“Conte, questa è alla tua!” urlò a sua volta Brando alzando il boccale di birra al cielo.
“Ben detto”, aggiunse il tizio col pizzetto unendosi cerimonioso al brindisi.
Locusta non aveva la minima idea di chi fosse questo Conte, né di cosa stessero guardando quei quattro pazzi. Non sapeva se si trattasse di un film, di un concerto o di qualche altra strana diavoleria. Tampax in materia era ancora più ignorante. Guardava solo trasmissioni televisive o filmati su Internet. Gli unici film che aveva visto dall’inizio alla fine erano quelli coi piranha o con gli squali.
Passarono una decina di minuti, Brando e gli altri terminarono la tardiva cena e spensero le luci.
“Presto idiota! Qui dietro”, intimò sottovoce Locusta all’amico. Si nascosero dietro ad un’auto parcheggiata ed osservarono i quattro uomini uscire da un portone a fianco dell’ingresso principale del Nelson. I due tizi esperti di chitarre si diressero assieme in direzione della propria auto, mentre Brando e l’altro barista chiusero le serrande alle finestre, si salutarono e salirono ognuno sulla propria moto. Dopo nemmeno un minuto Locusta e Tampax rimasero soli nella strada deserta, di fronte al locale chiuso.
“Non guarda nel ripostiglio”, disse Locusta spezzando l’irreale silenzio notturno.
“Eh?”
“Non controlla. Guarda se è rimasto qualcuno in bagno e poi sbatte fuori tutti. Ma nel ripostiglio delle scope non controlla manco per il cazzo”
“E come lo sai?”
“Perché quando eravamo dentro non l’ha fatto, l’ho tenuto d’occhio. E ora nemmeno”
“E allora?” chiese confuso dal sonno e da sé stesso.
“Tampax, sei davvero un idiota. Li hai visti no? Quei quattro stavano lì a bivaccare alle tre di mattina. Di solito nei locali chiusi cosa fanno a quest’ora?”
Tampax rimase zitto, certo che qualunque cosa avesse detto sarebbe stata una sonora cazzata.
“A quest’ora i locali normali puliscono. Ma evidentemente il ciccione lo farà domattina, perché dopo aver mangiato se ne sono andati via subito”.
“Non sono sicuro di avere capito”
“Non preoccuparti”, disse Locusta immerso in più importanti pensieri. “Ho un piano.”

II.

Dopo una settimana Locusta e Tampax furono finalmente pronti per rubare la Black Beauty. Avevano passato le sere precedenti a spiare minuziosamente le mosse di Brando, che si erano sempre rivelate identiche alla prima volta. Non sempre erano presenti i due bevitori di Tequila, non sempre qualcuno rimaneva a mangiare all’interno del locale dopo la chiusura, ma sul fatto che lo sgabuzzino non venisse controllato Locusta ci aveva visto maledettamente bene.
“Ciao amico, ci porti il solito?” chiese Locusta, con il suo maldestro sorriso, entrando al Nelson.
Brando non disse nulla. Si ricordava dei due ragazzi e di cosa bevevano, per cui fece solo un segno di assenso con la testa.
I due schermi del locale stavano trasmettendo uno degli ultimi concerti di Gary Moore. Gran parte della gente aveva gli occhi puntati sul chitarrista, che in quel momento stava suonando “Walkin by myself”:

“You know I love you.
You know it’s true.
Give you all my love, babe.
What more can I do?
Walking by myself,
I hope you’ll understand.
I just want to be your lovin’ man”

Anche il porcellino, con il suo sorriso strabordante e la sua improbabile maschera da demone, sembrava seguisse con attenzione la performance.
“Ma perché ci devo andare io, cazzo?” sbottò Tampax. Un’ora prima avevano preso entrambi un paio di pastiglie ma Tampax era ancora teso come una corda di violino.
“Perché io sono alto venti centimetri più di te. Lì dentro tra scope e mensole non ci sto neanche piegato in due. E poi non ti farei fare da palo neanche se fossi l’ultimo uomo sulla terra”.
“Sì ma Dio santo, quello se mi trova mi uccide con una mano sola.”
“No che non ti trova. Abbiamo visto che non ci guarda mai lì no?”
“E se c’è un allarme o qualcosa del genere? Se appena esco mi beccano?”. A Tampax usci una piccola goccia di sangue dal naso. Gli capitava sempre quando era troppo nervoso o su di giri. Si pulì con il dorso della mano. Locusta non ci faceva più neanche caso.
“Tampax cazzo, non c’è niente di niente. Vedi delle telecamere o dei rilevatori per caso?”
L’amico scosse la testa.
“Non le vedi, perché questo coglione non crede che qualcuno possa venire qua dentro a rubare. Come tutti i coglioni si fida degli altri”.
Dal cielo si schiantarono improvvisamente sul loro tavolo due pinte di Guinness, nere come il culo dell’Inferno.
“Ehi, ma che diavolo?”
Brando li guardava dall’alto, sorridendo beato.
“Amico, io ti ho chiesto dei Breezer!”
“Amico”, replicò Brando scandendo bene ogni lettera “Tu mi hai chiesto il solito. Qui dentro questo è il solito,”
Locusta prese in mano il bicchiere impulsivamente. Fu sul punto di tirarlo in faccia all’enorme barista, quando vide la chitarra da novemila euro appesa alla parete e riuscì a trattenersi. Non doveva attirare l’attenzione proprio quella sera, tantomeno doveva farsi sbattere fuori prima della chiusura.
“Adesso voglio vedervi berla fino all’ultima goccia. E con un magnifico, gargantuesco sorriso sulle labbra. Ok?”
Tampax cominciò a bere istantaneamente. La schiuma amara e corposa della birra gli faceva venire da vomitare, ma sfoggiò comunque la sua miglior espressione di apprezzamento. Locusta lo seguì, continuando a fissare negli occhi Brando, ma pensando a quante serate nei locali giusti avrebbe potuto permettersi rubando la chitarra a quel coglione. Se si fosse comprato una macchina sarebbe potuto andare addirittura a Milano.
“Allora, ascoltami bene Tampax. Ora noi ce ne stiamo qua buoni. Ci beviamo tutte le stronzate che ci porta quel figlio di puttana e, prima che si alzino le luci, tu vai ad infilarti dentro al ripostiglio”
“Ok”, rispose rassegnato l’amico.
“Tra un po’ vado in bagno e controllo che nel ripostiglio ci sia abbastanza spazio. Non voglio che il mio piano vada a farsi fottere perché hanno comprato un nuovo aspirapolvere”
La serata passò come previsto. Il ripostiglio aveva abbastanza spazio perché Tampax potesse infilarcisi dentro per una buona mezz’ora senza morire di asfissia. Il tizio biondo e quello col pizzetto erano anch’essi arrivati e si erano messi compulsivamente a parlare di qualche strano libro appena letto. Brando decise che Tampax e Locusta dovessero bere altre due pinte di Guinnes, una di Bulldog Strong e che dovessero fare due giri di rum Legendario.
“Vai”, intimò Locusta.
“Uh?”, rispose Tampax.
“Vai, cazzo. Hanno acceso le luci”
“Ok. Mi sa che ho bevuto troppo di quella merda”. Si alzò leggermente barcollante e si diresse verso il bagno, pronto ad infilarsi nello stanzino non appena fosse stato il momento giusto.
Locusta ne approfittò per tenere impegnato Brando, in modo che non notasse niente. Dopo pochi minuti il barista cominciò a chiedere alla gente di uscire. Locusta aspettò che anche gli ultimi due clienti pagassero e si avvicinò alla cassa.
“E il tuo amico dov’è finito?” chiese Brando prendendo i soldi e mettendoli nel registratore.
“È già fuori, aveva bisogno di una boccata d’aria”
“Non ha retto il Legendario quel pivello eh?”
“Già, non c’è abituato”, mentì Locusta ridendo nel suo modo spiacevole.
Prese il resto e per una frazione di secondo ebbe la tentazione di infilare una moneta nel salvadanaio, conscio che se la sarebbe ripresa con gli interessi poco dopo. Ma, pensandoci meglio, non voleva dargli nemmeno questa soddisfazione. Prese i soldi e se li infilò in tasca.
Il porcello lo guardò uscire col suo sorriso impassibile.

Tampax guardò fuori dalla porta del bagno una decina di volte prima di avere il coraggio di avventurarsi fuori. Quando fu certo che nessuno potesse vederlo, si precipitò verso la porta dello sgabuzzino, la aprì e ci si proiettò dentro cadendo rovinosamente sui secchi e sui prodotti per la pulizia. Produsse un frastuono che avrebbe insospettito un sordo, se solo in quell’esatto momento Brando non stesse tirando giù la saracinesca del locale, che aveva decisamente bisogno di una sistemata. Rimase per un attimo paralizzato, con la testa incastrata tra un bottiglione di Lysoform e la stecca dello spazzolone, certo che nel giro di pochi secondi sarebbe arrivato l’energumeno e gli avrebbe fatto molto male. Ma Brando non arrivò. Lo sentì avvicinarsi, parlottare con l’altro barista e sedersi su un divanetto a pochi metri da lui.
Cercò di alzarsi senza far rumore. All’interno del ripostiglio lo spazio era veramente minimo, soprattutto in altezza, per cui dovette rovesciare con cautela un secchio e sedervisi sopra. L’ansia, prima sopita grazie all’alcool che era stato costretto a trangugiare da Brando, stava iniziando a fare nuovamente capolino. Oltretutto la testa gli stava girando ancora e la vescica era ad un passo dallo scoppiare. Era restato una vita nascosto in bagno e niente nella sua mente gli aveva suggerito di approfittarne per pisciare. Era un idiota, su questo Locusta aveva ragione.
I due baristi stavano fumando l’ultima sigaretta della serata prima di andarsene finalmente a casa. Pregò che quella sigaretta durasse il meno possibile. E soprattutto che a nessuno dei due venisse voglia di farsi l’ultima pinta di birra. Pensò di pisciare in uno dei secchi ma avrebbe fatto troppo rumore. Dall’esterno sentì ancora provenire quella stramaledetta musica:

“You know the day destroys the night
Night divides the day
Try to run, try to hide
Break on through to the other side
Break on through to the other side
Break on through to the other side, yeah “

Locusta e le sue idee del cazzo. Era colpa sua se si trovava nel bel mezzo di quella stronzata. Sua e di quella fottuta chitarra appesa al muro. Si frugò nelle tasche della giacca e tirò fuori una bustina contenente una polverina bianca. Ne aveva bisogno. Nella penombra riuscì a depositare la coca sul dorso della mano sinistra e a tirare lentamente con entrambe le narici, in modo da non fare troppo rumore. Dopo pochi secondi si sentì decisamente meglio, anche la voglia impellente di pisciare si era ridotta.
Finalmente Brando e l’altro barista si alzarono, spensero le luci ed uscirono dalla porta sul retro. Tampax lì sentì chiudere la porta e dare quattro mandate con la chiave di sicurezza. Rimase al buio ad aspettare ancora qualche minuto. Quel grandissimo stronzo avrebbe potuto essersi dimenticato qualcosa e pensare di tornare a riprendersela proprio mentre lui si sgranchiva le gambe. Aspettò.
Lì sentì chiudere le serrande alle finestre. Aspettò ancora.
Improvvisamente Lady Gaga attaccò a cantare a squarciagola:

“Can’t read my, can’t read my
no he can’t read my poker face.
She’s got to love nobody”

Nel silenzio tombale del locale deserto quel suono era potente come quello dell’eruzione di un vulcano nel cretaceo. Tampax si sentì morire. Era la suoneria del suo cellulare. Cercò disperatamente nelle tasche della giacca ma non trovò nulla. Il suono proveniva da fuori. Doveva aver lasciato il telefono sul divanetto e nemmeno i baristi lo avevano notato quando avevano chiuso il locale. Si alzò immediatamente, sbattendo violentemente la testa contro la mensola del ripostiglio e facendola uscire dalle proprie guide. Fu sommerso da una pioggia di flaconi, flaconcini, scatole e scatolette varie. Aprì la porta del ripostiglio e si scaraventò fuori. Non poteva vedere nulla, se non la flebile luce azzurra lampeggiante del suo cellulare ad una decina di metri da lui. Corse in quella direzione con tutte le sue forze, sbattendo dolorosamente più di una volta contro i tavoli, e finalmente riuscì a rispondere.
“Ma ti sei rimbecillito brutto idiota?”
“Cosa…”, cercò di dire Tampax a Locusta.
“Hai lasciato la suoneria attivata?”
“Ma… ma come lo sai?”
“Cristo Tampax, si sente fin qui la tua cazzo di suoneria!”
“Me la sono dimenticata…”
“Dio Tampax, quanto sei stronzo. Dai aprimi, prima che svegliamo tutto il vicinato con le tue puttanate”
“Ok”, rispose quasi sollevato.
Utilizzando il cellulare come torcia si diresse verso la porta sul retro e passò davanti al registratore di cassa. Vide il porcello mascherato da demone. Con la luce azzurra del display e nell’atmosfera irreale del Nelson Pub deserto, il maialino gli sembrò ancora più sorridente del solito. Allungò il passo a disagio e schiacciò un po’ di interruttori per accendere le luci del locale.
“Ehi Locusta. Come diavolo ti apro?”
“Non c’è un catenaccio o roba del genere?”
“No, c’è solo la serratura. Servono le chiavi”
“Merda. Non ci sono delle copie lì appese da qualche parte?”
“Aspetta, le cerco”. Vicino alla porta non c’era nulla. Andò dietro al bancone e cercò vicino al registratore di cassa. Aprì un po’ di cassetti, ma non trovò niente. Se Brando non aveva una copia di riserva erano fottuti, soprattutto lui, intrappolato nel locale fino alla mattina dopo quando il gigante gli avrebbe polverizzato le ossa. Si girò verso il muro e vide una cornice, al cui interno era conservato quello che a Tampax sembrò uno di quei vecchi dischi di vinile che aveva visto a casa di suo zio. La copertina era un disegno strano, quasi completamente viola, con sopra la faccia di tre capelloni e la scritta “Cream” ben evidente al centro. All’interno, sottovetro, era custodito un piccolo mazzo con due chiavi.
“A-ha”, esclamò Tampax.
“Trovate?” chiese ansioso Locusta al telefono.
“Credo proprio di sì”
Tolse la cornice dal chiodo, l’appoggiò al bancone e ci mise sopra uno straccio di quelli che usavano per asciugare i bicchieri. Poi diede un paio di colpi con la mano finché il vetro non si ruppe. Sempre aiutandosi con lo straccio tolse i frammenti taglienti, prese le due chiavi e andò sul retro, sperando che fossero quelle giuste.
Ne infilò una e la porta si aprì subito docilmente, con un leggero scricchiolio.
“Vieni al portone, ho aperto”
Locusta attaccò senza dire nulla. Tampax uscì nel cortile interno, sempre con lo schermo del cellulare acceso, facendo bene attenzione a non fare rumori sospetti. Con la seconda chiave aprì il portoncino che dava sull’esterno e fece entrare l’amico.
“Che ti dicevo? Un gioco da ragazzi!” disse sottovoce entrando svelto nel cortile. “Vedi che ad ascoltare il tuo amico Locusta non sbagli mai?”. Mollò amichevolmente un cazzotto in pancia al compare, che solo in quel preciso istante si ricordò che la sua vescica era gonfia come le mammelle di una vacca prima della mungitura. Tampax emise un grido soffocato e corse immediatamente dentro al bagno del Nelson.
Locusta rimase per un attimo interdetto, solo quando sentì lo scroscio del getto dell’amico, si precipitò dentro al locale e si chiuse la porta alle spalle.
“Cristo santo Tampax, da quant’è che non pisciavi?” gli chiese ridendo.
“È colpa degli intrugli che ci ha fatto bere quel ciccione di merda”, rispose l’amico con voce ancora sofferente.
“Dai, ti preparo io qualcosa di serio”. Andò dietro al bancone, prese due bicchieri da cocktail e li riempì con una mezza dozzina di bottiglie di liquori chiari. Poi prese una delle bottiglie di Coca Cola lasciate fuori e la versò dentro ai bicchieri, riempiendoli fino all’orlo.
Tampax uscì dal bagno sudato, ma visibilmente sollevato.
“Ecco, beviti questo che ti fa rinascere”
“Che diavolo è ?” chiese dubbioso prendendo il cocktail.
“Long island, amico”
“Ehi cazzo, buona sta roba”, disse dopo il primo sorso Tampax, sinceramente stupito. “Ok, però ora prendiamo questa merda di chitarra e andiamocene. Se ci beccano qui dentro si mette male”.
“Calmo, non ci becca nessuno. Sono le quattro e mezza e in questa città del cazzo stanno tutti dormendo sogni beati. Fammi rilassare un po’”.
Locusta si sedette su uno dei divanetti, mise le gambe sul tavolo e cominciò a sorseggiare il suo Long Island in tutta tranquillità. Con la stessa flemma tirò fuori il suo iPhone, scelse una playlist a caso e la fece partire a basso volume. Lil Wayne attaccò a cantare:

“Shawty wanna thug (oh yeah I like that)
Bottles in the club (yeah I like that)
Shawty wanna hump
You know I like to touch your lovely lady lumps”

Locusta bevve un lungo sorso, poi chiuse gli occhi e fece ondeggiare la testa seguendo la cassa in quattro. “Perché tutti i coglioni che vengono qui ascoltano quella merda?” disse sempre ad occhi chiusi. “Questo locale sarebbe perfetto, se solo sapessero mettere su la musica giusta”.
Non capiva una parola di quello che il cantante diceva, però quei video erano sempre pieni di fighe pazzesche e macchine di lusso. Si slacciò il bottone dei jeans e si infilò una mano dentro. Quella roba lo faceva stare bene. Fottutamente bene. Tampax rimase in piedi a guardarlo, certo che l’amico avrebbe finito per farsi una sega. Bevve a sua volta un generoso sorso dal bicchiere e aspettò.
Nessuno dei due sentì il grugnito proveniente dal fondo della sala.

Passarono dieci minuti buoni, poi, quando Locusta ebbe finito il suo bicchiere, si alzò di scatto, spense l’iPhone e se lo infilò in tasca.
“Ok. Prendiamo quella cazzo di chitarra e filiamocela”, disse rapidamente. “Dammi una mano”.
Presero un tavolino e lo misero appena sotto alla Black Beauty. Locusta salì sul divanetto e poi agilmente sul tavolo, che ondeggiò pericolosamente.
“Ehi tienilo cazzo, questo coso non sta fermo”
“Ok, tu sbrigati però”
Locusta armeggiò con la Gibson, cercò di estrarla dai due ganci ai quali era stata montata, ma si accorse che il manico non usciva come avrebbe dovuto.
“Merda! Quello stronzo l’ha fissata con un laccio di cuoio”
“E slegala, no?”
“No è troppo stretto, dobbiamo tagliarlo. Muoviti, cerca un coltello o un paio di forbici”.
Locusta rimase attaccato alla chitarra, in modo da non rischiare di ribaltare il tavolino e finire per terra. Tampax andò dietro al bancone e sul bordo del lavello trovò un coltello, ma era decisamente troppo grande per poter essere adatto allo scopo. Cercò vicino al registratore di cassa e vide un paio di forbici da carta infilate in un portapenne. Le prese, si girò per tornare dall’amico quando sentì un grugnito. Si voltò di nuovo e vide il porcello inanimato che lo guardava con il suo sorriso sproporzionato.
Gli salì un brivido lungo la schiena. Il maialino non poteva essere girato nella sua direzione. Dopo aver risposto al telefono, era tornato seguendo il lungo bancone e lo aveva visto in faccia. Ma quella volta lui era dall’altra parte.
“Ehi deficiente, ti muovi?” urlò Locusta.
“Sì… arrivo”, rispose con un filo di voce.
Forse lo aveva spostato inavvertitamente lui, cercando le chiavi della porta sul retro. O forse semplicemente ricordava male. Del resto era appena uscito dallo sgabuzzino, era colmo come un otre di birra e rum e il locale era completamente al buio. Poteva essersi sbagliato. Non era certo un evento così raro per lui.
Ma il porcello aveva grugnito. Non grugniva solo infilandoci una moneta? Forse lo aveva urtato e quel coso si era spostato e attivato da solo. Tornò dall’amico e gli passò le forbici.
“Dai, fai presto Locusta”, gli disse ancora scosso.
“Questa chitarra deve essere qui da un secolo. Il laccio è duro come l’acciaio”. Per lo sforzo Locusta fece ondeggiare il tavolo pericolosamente indietro. “E tu tieni fermo questo maledetto coso!”
“Sì… scusa”
Tampax reggeva il tavolo con tutte le sue forze, tenendo lo sguardo rivolto verso il basso. Una goccia di sangue si schiantò inaspettatamente sul piano del tavolino, accanto ai piedi di Locusta. L’istinto di Tampax fu di guardare in alto, temendo che l’amico si fosse ferito alle dita con le forbici, ma lui stava continuando a trafficare serenamente. Un’altra goccia arrivò diretta mente sulla mano destra di Tampax. Con la stessa mano si toccò le narici, ci infilò dentro le dita e quando le estrasse le ritrovò umide e rosse.
“Cazzo, il naso… Locusta ho un’emorragia”
“Non adesso, idiota”, replicò Locusta indaffarato.
“Ma mi sanguina…”
“Ti sanguina perché sei un cacasotto. Dai aspetta, che ho quasi finito”
Tenne il tavolo con una mano sola e con l’altra cercò in tasca i tamponi, ma se li era dimenticati. Ora sentiva il sapore del sangue anche in bocca e gli si stava sporcando anche la maglietta.
“Locusta aspetta un secondo, devo andare in bagno”
“Cristo! Vai, muoviti però”, rispose l’amico spazientito.
Tampax mollò il tavolo, lasciando Locusta in bilico, e corse a lavarsi il naso al rubinetto. Stette qualche secondo a farsi impacchi di acqua fredda, in modo da rallentare l’emorragia, poi prese della carta igienica e se la infilò in entrambe le narici. La carta divenne immediatamente rossa, la buttò nel water e ripeté l’operazione un paio di volte. Mise nel naso due nuovi tamponi di carta igienica pulita ed uscì dal bagno.
Fece qualche passo verso Locusta, lo guardò, poi abbassò lo sguardo perché istintivamente i suoi occhi avevano già registrato che qualcosa non stava andando per il verso giusto.
Il porcello era per terra, a pochi centimetri dal tavolo.

III.

“Dio santo, c’è… c’è”, gridò balbettando Tampax.
“Ehi, che cazzo urli? Ci vuoi fare scoprire brutto idiota?” cercò di zittirlo Locusta.
“Il porcello… è lì… è lì sotto di te”.
Locusta si girò, si dovette staccare un po’ dalla chitarra per poterlo vedere bene e poi si mise a ridere. “E tu pensi di spaventarmi con queste stronzate, amico? Dai vieni qui coglione, prima che mi ribalti e mi spacchi la testa”. Ricominciò a tagliuzzare le ultime parti del laccio che teneva salda la Black Beauty al gancio, facendo oscillare il tavolo leggermente avanti e indietro.
Tampax non sapeva cosa fare. Era in uno stato di paralisi trascendente. Quel maledetto coso con la maschera di chissà chi lo terrorizzava, soprattutto perché sapeva benissimo di non averlo mai spostato. Fu assalito dal dubbio che Brando fosse rimasto nel locale e stesse facendo loro questi scherzi del cazzo, prima di massacrarli di botte. O forse era stato il suo amico, che lo aveva fatto per prenderlo per il culo.
Locusta tagliò l’ultima parte del laccio e il tavolo si inclinò rischiosamente verso l’esterno.
“Ecco fatto. E non l’ho neanche rovinata questa merda, ho fatto un lavoro di fino. Dai vieni, aiutami almeno a tirarla giù. O hai paura del porcellino, eh?” aggiunse con il tono infantile e canzonatorio con il quale riusciva a far fare a Tampax qualunque cosa.
Il ragazzo si avvicinò, continuando a fissare il maialino mascherato. Arrivò al tavolo e lo tenne con una mano, in modo da stabilizzarlo. Locusta prese la Black Beauty con le due mani, la alzò per sfilarla dai due ganci e la passò a Tampax che la afferrò con la mano libera.
In quel momento, violenti come un’esplosione nucleare, i Deep Purple attaccarono a cantare:

“Smoke on the water, a fire in the sky!
Smoke on the water!”

Tampax dapprima pensò ad un allarme automatico collegato alla chitarra. Poi gli sembrò più razionale credere che Brando fosse finalmente venuto allo scoperto ed avesse accesso lo stereo sulla sua canzone preferita prima di fare scempio dei loro corpi con la mazza da baseball. Ma, soprattutto, si spaventò al punto tale da mollare la presa sul tavolino, che si ribaltò facendo stramazzare al suolo Locusta.
“Coglione di merda, ma che cazzo fai?” gli urlò il compare steso per terra. Si massaggiò i gomiti, sui quali era caduto e si rialzò. Il porcellino stava ancora cantando a squarciagola, muovendo gli occhi e la bocca e dimenando la piccola coda. Locusta gli tirò un calcio e lo fece finire sotto un divanetto a zampe per aria. Il porcello smise di cantare.
“Brutto figlio di puttana, abbiamo fatto più casino adesso che se avessimo aperto la saracinesca a martellate! Dai, prendi i soldi della cassa e andiamocene.”
“Co… cosa?” balbettò.
“Vai a prendere i soldi, cazzo! Muoviti!”
Tampax appoggio la chitarra al muro e corse al registratore. La cassa sembrava accesa, forse Brando non la spegneva mai, ma lui non aveva la minima idea di come aprire il cassetto.
“Come cazzo si apre?”
“C’é il pulsante, idiota. Non hai mai aperto una cassa, Dio santo?” gli urlò Locusta mentre cercava di recuperare il salvadanaio da sotto il divanetto.
Tampax guardò la pulsantiera. C’erano duemila bottoni con nomi uno più strano dell’altro. Finalmente ne vide uno con scritto “Contanti”, lo schiacciò e il cassetto si aprì magicamente. Gli apparvero le mazzette da cinque, dieci, venti e cinquanta euro ordinatamente sistemate negli appositi spazi. Allo stesso modo anche i pezzi piccoli erano organizzati in precise file, una per ogni tipo di moneta.
“Allora? Ci vuoi passare la notte qui? Prendi tutto e andiamo!”
Tampax si fermò e, per la prima volta da quando aveva cominciato la sua penosa esistenza, pensò a che cosa dovesse fare. Anzi, fece di meglio, pensò a che cosa volesse fare.
“Maledizione Locusta. Ci sono solo monetine qui dentro!”
“Non dire stronzate”, urlò l’altro da sotto il divanetto.
“Te lo giuro! Quel bastardo si è portato via tutto l’incasso”
“Vaffanculo! Non importa, abbiamo la chitarra, andiamocene dai!”
Tampax si riempì le tasche con tutte le monetine della cassa, probabilmente un centinaio. Non sapeva nemmeno lui con precisione perché lo stesse facendo. Forse perché, anche se odiava Brando, le sue birre e la sua maledetta musica, gli sembrava un colpo troppo basso rubargli la Black Beauty. Non lo sapeva, come del resto non sapeva un sacco di cose, fatto sta che quel gesto gli salvò la vita.

La morta striscia continuamente accanto alle vite degli esseri umani. Giorno dopo giorno li osserva e li annusa come un segugio, aspettando il momento giusto per affondare il suo feroce colpo di falce. Impossibile dire se quell’istante sia frutto di un suo preciso disegno oppure di uno spietato e casuale capriccio. In pochi, rarissimi casi, accade però che anche la morte ci ripensi. Che, proprio mentre contempla la sua lama ancora immacolata, in attesa di conficcarla nel cuore pulsante della sua vittima, qualcosa le faccia cambiare idea. E fu questo che accadde a Tampax. La morte aveva appiccicato la propria etichetta numerata su Tampax e Locusta fin dal primo momento in cui avevano messo piede al Nelson Pub, ma quella di Tampax fu staccata quando decise di rubare gli spiccioli.

“Aaaah!”, urlò improvvisamente Locusta.
Tampax si girò in direzione dell’amico al di là del bancone. Lo vide rialzarsi dal divanetto sotto cui era finito il porcellino.
“Questo dannato aggeggio mi ha morso!”
“Che cavolo dici?” replicò Tampax.
“Mi ha morso ti dico!”. Si leccò la parte superiore dell’anulare della mano sinistra e corse verso l’amico.
“Guarda cazzo”. Gli mostrò il dito, che presentava una decina di piccoli fori sanguinanti, come se fosse stato infilato di proposito in una macchina da cucire.
“Ma cosa diavolo…”, riuscì a biascicare Tampax, sentendo un nuovo fiotto di sangue in gola. “Usciamo di qui alla svelta. Non voglio sapere un cazzo.”
Locusta tornò velocemente sui suoi passi, per recuperare la Black Beauty ancora appoggiata al muro. Tampax lo seguiva dalla parte interna del bancone, con le monete tintinnanti nelle tasche e le gambe tremanti.
Prima che potessero raggiungere la chitarra, Tampax sentì un grugnito e vide l’amico scomparire dalla sua vista come se fosse stato improvvisamente risucchiato da una voragine. Si fermò ammutolito.
“Cristo, ma che cazzo…”, furono le ultime parole di senso compiuto della breve e deleteria vita del suo amico Locusta. Sentì un urlo lancinante e vide le dita della mano sinistra del ragazzo cercare di aggrapparsi al bancone per tirarsi nuovamente in piedi. Tampax non pensò neanche per un istante di allungare la sua per aiutarlo, perché era paralizzato dal terrore. La mano sparì nuovamente e udì una serie di urli gorgoglianti. Il ragazzo corse fuori dal bancone, non aveva nessuna voglia di fare la stessa fine dell’amico, qualunque fine stesse facendo. Qualcosa di oscuro e ancora sconosciuto dentro di lui gli stava però muovendo i passi istintivamente per assistere alla scena. Non aveva altra scelta che vedere.
Si spostò di qualche decina di centimetri fuori dal banco e vide Locusta che si dimenava come se fosse stato collegato in tutta fretta ad una macchina per l’elettroshock. Il porcellino sorridente gli si muoveva velocemente attorno, assaltando le parti scoperte del suo corpo con brevi e velocissimi morsi. Locusta era già stato azzannato più volte al collo ed il sangue della carotide lo stava lentamente soffocando.
Il maialino lo azzannò alla testa e lo trascinò in pochi secondi dalla parte opposta della sala, lasciando sul pavimento una striscia densa e scura di sangue. Tampax si accorse che aveva perso i tamponi del naso e che stava sanguinando a sua volta sulla maglietta, tuttavia non riusciva a smettere di osservare la scena.
Il porcellino staccò la sua miriade di sottili denti acuminati dal cranio di Locusta e si avventò sulle gambe. Aprì la bocca ed ingoiò il piede destro del ragazzo, ormai quasi incosciente, e cominciò a masticarlo furiosamente. In pochi secondi gli divorò la gamba fino al ginocchio. Con gli occhi rovesciati Locusta emetteva dei piccoli urli disperati, tanto acuti che sembrava stesse squittendo. Il ragazzo trovò le ultime forze per alzare una mano per attaccarsi ad una sedia, ma il maialino si scagliò violentemente contro il braccio, divorandolo quasi istantaneamente. Tornò nuovamente sui piedi ed iniziò a masticare la gamba sinistra. Dalla bocca di Locusta usciva a fiotti sangue nero come pece. Quando arrivò al femore, Tampax sentì distintamente il suono dell’osso che si spezzava sotto le mandibole del maiale. Curiosamente, mentre moriva, Locusta non vide scorrere davanti ai suoi occhi il film della sua vita, bensì il video di “Wet” di Snoop Dogg:

“I can tell she’s thirsty, I’m in the hole like a birdie
What you wanna do tonight, It’s still early,
Wanna get some food tonight, she’s lost 30,
I’m in between your lips, like a cigarette
she wanna quit, but she wanna make it, make it, make it wet”

E, mentre lo vedeva, sognò per l’ultima volta che la ragazza mulatta col velo bianco gli facesse un pompino.

In pochi minuti il porcello dilaniò tutto il corpo del ragazzo, lasciandone solo testa spigolosa immersa in un lago scuro di sangue e liquidi organici. Il “suo orrendo trofeo”, avrebbe potuto pensare a quel punto qualcuno. Qualcun altro, qualcuno che avesse un minimo di esperienza di ristoranti, avrebbe invece preferito usato il termine più calzante di “dulcis in fundo”.
Il maialino girò grufolando attorno alla testa insanguinata, si passò più volte la lingua sulle labbra, poi aprì la bocca a dismisura e la ingoiò intera, come avrebbe fatto un anaconda con un mammifero appena catturato. Il suo corpo si deformò spaventosamente per fare spazio al cranio del ragazzo e il sorriso si tramutò in un’orribile smorfia di tensione. Dopo pochi secondi Tampax avvertì un piccolo schianto all’interno della pancia dell’animale. Il porcellino rimase immobile, sbarrò gli occhi e Tampax pensò stupidamente che stesse morendo a causa della sua ingordigia. Ma improvvisamente l’animale emise un lungo rutto in falsetto che fece tremare i bicchieri del locale, la sua pancia tornò alla normalità e riprese finalmente a sorridere e a grufolare.
Tampax si nascose dietro l’angolo del bancone. Aveva la maglietta ormai imbrattata a causa dell’emorragia al naso e ogni angolo del corpo gli tremava convulsamente. Nella testa gli stavano scorrendo due pensieri tanto inutili quanto contrastanti. Il primo era che non desiderava altro che uscire vivo da lì, non sapendo che la morte aveva già deciso di risparmiarlo e che questo non era necessariamente un bene. Il secondo era che Locusta aveva provato qualcosa di simile all’essere divorato da un branco di piranha, e dentro di sé, nel suo angolo più remoto e buio, questa idea generava in lui una sensazione assomigliante in modo preoccupante all’invidia.
Il porcello si guardò attorno, vide il lago di sangue che un tempo aveva scorso nelle arterie di Locusta, tirò fuori la lingua e cominciò a leccare. Leccò i muri, leccò le gambe dei tavoli, leccò la pozza nera fino a prosciugarla completamente.
Poi si girò verso Tampax, sorridendo senza pietà.

Il ragazzo non lo vide. Non lo vide avanzare verso di lui mentre con la lingua viola mostruosamente allungata ripuliva la striscia nera lasciata sul pavimento dal corpo martoriato dell’amico. Non lo vide quando arrivò a pochi centimetri da lui, perché Tampax teneva gli occhi chiusi e balbettava qualcosa che nella sua mente doveva essere una preghiera.
Ma sentì il grugnito. Poi ne sentì un secondo. Aprì gli occhi ed il maialino era di fianco a lui. Aveva gli occhi rossi spiritati e gli stava mostrando la lingua in una delle terrificanti boccacce di Gene Simmons. Tampax saltò in piedi istintivamente e si buttò contro il muro antistante, a fianco della Black Beauty. Il porcello scartò velocissimo e si pose di fronte al ragazzo. Gli sorrise, mostrando i suoi sottili denti scintillanti ancora macchiati del sangue dell’amico.
“Che cazzo vuoi?” urlò piangendo Tampax.
Il maiale grufolò scodinzolando.
“Che cazzo vuoi da me?”. Non sapeva nemmeno a chi o a che cosa stesse parlando. La testa aveva cominciato a girargli, forse anche a causa del sangue che perdeva dal naso. Il porcellino fece un passo verso di lui. Tampax sentì il liquido caldo delle urine inondargli il cavallo dei pantaloni.
“Io non volevo, non volevo rubarla”, pianse inutilmente.
L’animale avanzava, leccandosi le labbra con la sua lingua mostruosa.
Tampax guardò tremante la Black Beauty alla sua destra, la prese con una mano e il porcellino si fermò. La alzò tenendola per il manico.
“Vuoi questa? La vuoi eh?”. Non sapeva cosa stesse dicendo, ma qualunque cosa avesse fatto fermare quel mostro per ora andava bene. “È tua eh?”. Prese la chitarra con entrambe le mani.
“La spacco per terra questa merda! La faccio a pezzi la tua chitarra del cazzo!”, gridò mentre singhiozzava.
Il porcello rimase fermo. Smise di grufolare e guardò fisso negli occhi Tampax. Poi il suo muso cominciò a deformarsi. Per un brevissimo istante, tanto breve che il ragazzo pensò di esserselo solo immaginato, assunse una forma così terrificante che, a suo confronto, tutto ciò che era successo fino a quel momento sembrava solo uno spettacolo per bambini. Tampax urlò e fu sul punto di far cadere la chitarra sul pavimento. Il maiale scartò nuovamente rapidissimo e si avvicinò a pochi centimetri dalle gambe del ragazzo.
“Scusa, scusa amico. Stavo scherzando…”, rise istericamente, mentre qualche goccia di sangue gli usciva ora anche dalla bocca. “Stavo solo scherzando”. Salì sul divanetto lentamente, mentre il maialino lo seguiva con gli occhi. “Ecco ora la rimetto a posto vedi?”. Cercò di infilare il manico della chitarra nel gancio superiore ma non ci arrivava. Scese lentamente.
“Stai buono… buono… prendo questo e la metto a posto, ok?”. Afferrò il tavolino rovesciato durante la caduta e lo rimise in piedi. Il naso di Tampax sgocciolava come una fontana, lasciando sul pavimento un tracciato di sangue. Il porcellino lo seguiva e leccava le gocce avidamente.
Riprese in mano la Black Beauty, salì sul divano e poi sul tavolo vacillante. Rimase fermo cercando di non perdere l’equilibrio. Il gancio era vicino, normalmente sarebbe stato un gioco da ragazzi infilarci la chitarra, ma avere un maialino indemoniato in attesa di divorarlo ai suoi piedi era un particolare che rendeva tutto più difficile. Il maiale grufolò ed attaccò a grattare con una zampa su una delle gambe del tavolino. Tampax lanciò la chitarra verso il gancio e mancò il bersaglio, il tavolo oscillò spaventosamente verso il muro e fu sul punto di rovesciarsi. Le monete nelle tasche del ragazzo tintinnarono come campane a festa. Il maialino saltò velocissimo sul divanetto e cominciò a leccare le gocce di sangue che il ragazzo aveva lasciato dietro di sé. Tampax prese la chitarra per il corpo, allungò il manico verso il gancio e finalmente fece centro. Con la mano destra prese il corpo della chitarra e lo ruotò verso l’alto per appoggiarlo anche sul gancio inferiore.
“Visto? Ora è a posto. È a posto, è a posto!”, rise ossessivamente il ragazzo. Il porcellino saltò sul tavolo e azzannò una delle gambe di Tampax. Il ragazzo perse l’equilibrio, il tavolo traballò pericolosamente e si ribaltò nuovamente facendo cadere sul pavimento entrambi. Tampax dolorante cercò di rialzarsi immediatamente, ma il maiale era di nuovo davanti a lui, agile e attento come un cobra durante un attacco mortale. Si mise lentamente a sedere e si spostò con la schiena contro il muro, proprio sotto la Black Beauty.
“Io non ho fatto niente! Non ti ho fatto niente!”, singhiozzò mentre il porcellino sorridente gli saliva sulle gambe. “Ma non c’è nessuno in questo cazzo di posto?”, urlò disperatamente. “Aiuto! Aiutatemi cazzo! Aiutatemi!”.
Il porcello risalì fino sul torace del ragazzo e cominciò a leccargli la maglietta inzuppata di sangue. Era così vicino alla sua faccia che Tampax poteva sentirne l’alito. Dalle fauci gli sembrava addirittura di sentire il profumo che usava sempre Locusta. Il maialino scese dal petto del ragazzo e cominciò a strappargli la maglietta con i piccoli denti e a masticarne velocemente i brandelli, finché il ragazzo non rimase quasi totalmente a torso nudo. Gli risalì sopra e cominciò a leccare il sangue che ora scorreva sul petto glabro. Lo guardò negli occhi e fece un grande sorriso scintillante.
L’antipasto, avrebbero detto i soliti esperti di ristoranti, era terminato.

Ma in quel momento, dalla tasca destra dei jeans di Tampax, rotolò fuori una moneta. Una piccola ed inutile moneta da due centesimi. Così piccola ed inutile che nemmeno i distributori automatici di sigarette la prendevano mai. Ma una moneta, per quanto poco valga, rimane sempre e comunque una moneta. Questo fu il pensiero istintivo di Tampax quando la vide, probabilmente il pensiero più lucido ed importante di tutta la sua vita.
Con la mano tremante prese lo spicciolo e con cautela lo portò verso la fessura del salvadanaio carnivoro che aveva sul petto. Lo infilò mentre il porcellino gli sorrideva orrendamente e pregò che funzionasse davvero. Il maiale si fermò stupefatto e grufolò. Grufolò felice.
Ma non si fermò. Aprì nuovamente la bocca ed era così vicino che Tampax riuscì a vedere persino i piccoli pezzi di carne umana rimasta incastrati nei micidiali denti. La targhetta “Rock will never die” appesa al collare ondeggiava spettrale davanti agli occhi di Tampax come l’insegna di un vecchio cimitero del Far West. Mise nuovamente la mano in tasca e tirò fuori tutte le monete che poté. Pezzi da dieci e venti centesimi, da cinquanta centesimi, da uno e da due euro, li rovesciò disordinatamente sul pavimento al suo fianco. Prese due monete e le infilò una dopo l’altra nel porcello, sperando di non essere azzannato alla giugulare prima di aver terminato. L’animale si fermò nuovamente ed attaccò la sua performance in falsetto:

“Smoke on the water, a fire in the sky!
Smoke on the water!”

“Funziona maledizione, funziona!”, singhiozzò sottovoce Tampax. Ma il tutto durò solo poche decine di secondi. Con la mano tremante il ragazzo prese altre due monete e le infilò nella fessura. Il porcellino cominciò a cantare nuovamente “Smoke on the water”, roteando la coda riccia.
Tampax si svuotò entrambe le tasche e si mise a ridere incontrollatamente. Prima che il porcello finisse l’esibizione si preparò in mano tre monete e, appena il mostro smise di cantare, le infilò velocemente nel buco. Gli occhi del porcellino si illuminarono di rosso fuoco, cominciarono a muoversi velocemente e, in un incedere trascinante di chitarre e batteria, iniziò a cantare:

“You show us everything you’ve got
You keep dancin’ and the room gets hot
You drive us wild, we’ll drive you crazy
You say you wanna go for a spin
Party’s just begun, we’ll let you in
You drive us wild, we’ll drive you crazy”

Il porcello fece un’orrenda boccaccia con la lingua e proseguì:

“You keep on shoutin’
You keep on shoutin’
I wanna rock and roll all night
And party every day
I wanna rock and roll all night
And party every day!”

Tampax respirò profondamente con la bocca, sputò un grumo di sangue e prese altre tre monete dal pavimento.

IV.

Quella mattina Brando si svegliò presto. Aveva dormito male tutta la notte e alle dieci era già incredibilmente in piedi. Odiava dover pulire il locale, era l’unica cosa che odiava veramente della sua vita, ma non si sarebbe potuto permettere qualcuno che facesse le pulizie al suo posto. Almeno non finché avesse continuato a vendere la birra a certi prezzi. E non aveva certo intenzione di cambiarli, perché farlo avrebbe significato anche cambiare tipo di clientela.
Si fece una doccia veloce e, mentre ingurgitava quattro wurstel gelati di frigorifero, cercò inutilmente di chiamare l’amico barista al cellulare. Era ancora spento e la cosa non lo stupiva affatto. Normalmente avrebbe dormito anche lui fino alle due del pomeriggio.
Si infilò una maglietta pulita, prese il casco e si diresse verso il Nelson. Parcheggiò la moto di fronte al locale, dove tutto sembrava come sempre tranquillo, ed entrò nel portone che conduceva nel cortile sul retro. Quando arrivò davanti alla porta chiusa, estrasse le chiavi e le infilò nella toppa. Qualcosa non andava, perché le chiavi non giravano. Mise la mano sulla maniglia, la ruotò e la porta si aprì.
Brando aveva una memoria di ferro. Non aveva mai utilizzato un blocco note per prendere le ordinazioni nemmeno quando lavorava nei ristoranti. E ricordava benissimo che aveva chiuso la porta la sera prima. Prima di entrare chiamò nuovamente l’altro barista, pensando che nel frattempo si potesse essere svegliato e si fosse inspiegabilmente precipitato al Nelson, ma il telefono risultava sempre spento.
Entrò con circospezione. Alcune luci erano accese. Udì immediatamente una voce in falsetto provenire dalla parte opposta del locale. La voce stava cantando una strofa di “I wanna rock and roll al night” dei Kiss:

“You keep saying you’ll be mine for a while
You’re lookin’ fancy and I like your style”

Brando pensò che, se qualcuno era entrato, doveva aver attivato per qualche motivo il porcellino salvadanaio. Non ne capiva il motivo ma doveva essere così. Alla sua destra vide il ripostiglio aperto, la mensola superiore era per terra e il relativo contenuto rovesciato. Prese la mensola velocemente e avanzò all’interno del locale.
“Ehi, c’è qualcuno?” chiese.
La voce continuava:

“You drive us wild, we’ll drive you crazy
You show us everything you’ve got”

Brandendo la mensola come un’arma, Brando rimase ad ascoltare. La voce era strana, decisamente più debole di quella che era solito sentire dal porcello. E poi non c’era la musica di sottofondo. Forse si era guastato, era rimasto acceso tutta la notte e le batterie si stavano esaurendo. In quel frangente Brando si rese conto che effettivamente non aveva mai cambiato le batterie di quell’aggeggio.
“C’è qualcuno qui dentro?” domandò di nuovo, a voce più alta.

“Baby, baby that’s quite a lot
And you drive us wild, we’ll drive you crazy”

Brando arrivò di fianco alla cassa. Il porcello doveva essere lì, ma non c’era. Si spostò più avanti e guardò in fondo alla sala, dove da anni era appesa la Black Beauty.
Come in un orrendo altare sacrificale, un ragazzo giaceva insanguinato sotto la sua Gibson nera e stringeva al petto il porcellino salvadanaio. Dall’aspetto avrebbe dovuto immediatamente concludere che fosse morto, ma quasi subito lui proseguì nella sua sinistra esibizione:

“You keep on shoutin’
You keep on shoutin’”

Cantava con un filo di voce e gli occhi chiusi. Brando si guardò attorno, per capire se ci fossero altre persone, poi buttò a terra la mensola e si avvicinò con circospezione.

“Ehi ragazzo. Stai bene? Riesci a sentirmi, stai bene?” gli chiese Brando riconoscendolo.

La sua voce da oltretomba continuava:
“I wanna rock and roll all night
And party every day”

Brando gli tolse il salvadanaio dal petto, strappandolo senza fatica dalla sua presa. Era pieno zeppo di monete tanto era pesante, dovevano essere almeno un centinaio.
“Dio santo, ragazzo ma che è successo?”. Prese un cuscino dal divanetto vicino e glielo mise sotto la testa. La bocca e il petto erano completamente coperti di sangue rappreso e Brando dedusse che il ragazzo doveva aver avuto un’emorragia dal naso. Non sembrava avere tagli né ferite di alcun tipo.
“Vuoi un bicchier d’acqua? Te lo porto, rimani qui”, disse Brando per calmarlo. Andò dietro al banco e riempì di acqua fresca un bicchiere da cocktail, mentre la voce da brividi di Tampax continuava:

“I wanna rock and roll all night
And party every day!”

“Tieni”, gli sussurrò tornando dal ragazzo. Gli porse il bicchiere e il ragazzo bevve lentamente. L’acqua divenne progressivamente sempre più rosa. Quando Tampax ebbe finito, Brando mise il bicchiere a lato e si precipitò al telefono.
“Sceriffo? Sì, sono io. Credo che dovrebbe fare immediatamente un salto qui. Faccia venire anche un’ambulanza, c’è un ragazzo ferito. Sì, gravemente”.

L’ambulanza arrivò dopo sei minuti. Il maresciallo Pisapia, un carabiniere sulla cinquantina, robusto e con due baffi ben curati, arrivò appena due minuti dopo accompagnato dai due fedeli appuntati. Tampax fu trasportato immediatamente in ambulanza, dove gli fornirono le cure per tenerlo in vita almeno fino al trasferimento d’urgenza all’Ospedale Maggiore. Dopo aver parlato coi paramedici il maresciallo entrò nel locale, sempre seguito religiosamente dai due assistenti.
“Allora Brando? Che diavolo è successo qui?”, gli chiese Pisapia.
“E che ne so, Sceriffo. Sono arrivato al locale stamattina e l’ho trovato aperto. Dentro c’era il ragazzo coperto di sangue. Allora vi ho chiamati subito”
“Lo conosci?”
“L’ho visto un paio di volte qui al Nelson, nell’ultima settimana. Se devo essere sincero né lui né il suo amico mi sono piaciuti molto”
“Di quale amico parli?”
“Un tizio magro, sui diciotto anni, con la testa da insetto. Erano qui insieme, ieri sera”.
“Brando, mi spiace ma credo che nel pomeriggio ti toccherà passare dalla Centrale. Abbiamo bisogno della tua deposizione. Comunque questi due tizi li conosciamo, sono due impasticcati. Li abbiamo beccati già un paio di volte a rubare nelle auto”.
“Del suo amico, avete notizie?”
“Per ora no, ma lo cercheremo. Probabilmente era fuori a fare da palo e per qualche motivo se l’è data a gambe. Forse quando ha capito che il colpo stava andando male”
“Un colpo? Qui?” rise di gusto Brando. Non ci aveva nemmeno pensato. Nessuno, a parer suo, si sarebbe mai sognato di rubare qualcosa al Nelson. Qualcuno aveva provato ad entrare di nascosto per bersi qualche buona bottiglia, ma mai per portarsi via qualcosa.
“Mi sembra evidente”
“Oh andiamo, Sceriffo. Che diavolo vuole che rubino qui dentro?”
“Mah, tanto per cominciare il denaro in cassa”, rispose paziente il maresciallo. “Sai Brando, per quanto ti possa sembrare incredibile, i ladri hanno il vizio di rubare i soldi”
Brando si alzò con calma a guardare, ma nel cassetto del registratore c’erano ancora tutte le banconote.
“No Sceriffo, qui c’è ancora tutto. Mancano solo le monetine, credo che il ragazzo abbia passato la notte ad infilarle nel salvadanaio”.
“Quel ragazzo è completamente fuori di testa. In ambulanza non smetteva di cantare. Non aveva quasi la forza di respirare e continuava a cantare quella maledetta canzone. Roba da pazzi… Poi ci ha detto che il suo amico questa notte è entrato con lui ed è stato divorato da un demone. Probabilmente è ancora imbottito di qualche schifezza”.
“Senta Sceriffo, dovete fare dei rilevamenti o roba del genere?”.
“No, non credo. Tu piuttosto dai una bella pulita, che stasera quando smonto passo di qua”, rispose Pisapia dandosi una lisciata ai baffi.
“Agli ordini Sceriffo!” replicò Brando.
“Senti Brando”, disse il maresciallo prendendolo sottobraccio e portandolo lontano dai due appuntati. “Maledizione, quante volte ti ho spiegato che non puoi chiamarmi Sceriffo quando sono in servizio? Pensi di riuscire a farlo per una volta?”
“Certo, ha ragione. Non sarebbe rispettoso”, ammise sorridendo Brando.
“Ti chiameremo nel pomeriggio, per la deposizione”, proseguì il maresciallo Pisapia rimettendosi il cappello e facendo segno ai due appuntati di seguirlo fuori. “A presto, Brando”.
“A presto, Sceriffo!” replicò ad alta voce, facendo il gesto della pistola con le mani.
“Bah!” desistette divertito Pisapia, uscendo dalla porta sul retro. “Ringrazia che vendi la birra migliore della città, altrimenti te l’avrei già fatta chiudere questa topaia!”.

Brando rimase solo dentro al Nelson. Decise di tenere ancora tutte le serrande abbassate per evitare di essere scocciato dai curiosi che si erano radunati alla vista dell’ambulanza e dei carabinieri. Superando la sua naturale ritrosia si mise a pulire il locale. Indossò i guanti di gomma, perché il sangue del ragazzo era dappertutto e non voleva correre il rischio di beccarsi qualche stupida malattia. Lavò ed asciugò tutto da cima a fondo e mise a posto il ripostiglio, reinserendo la mensola nelle guide e sistemando tutti gli oggetti al loro posto. Vide il quadro che conteneva il vinile di “Disraeli Gears” distrutto sul banco, controllò che il disco fosse intatto, buttò tutti i pezzi di vetro nel cestino e lo riappese.
Poi prese il porcellino, ancora sul pavimento sotto alla chitarra, gli diede una bella pulita e lo rimise di fianco alla cassa.

Guardò la Black Beauty. Erano anni che non la suonava. Dopo averla usata al concerto dei Pearl Jam gli era sempre sembrato che, anche il solo toccarla, avrebbe significato in qualche modo profanarla. Andò al bancone e contravvenne per la prima volta alla sua regola d’oro da quando faceva il barista: “Mai bere prima delle sei del pomeriggio”.
Azionò la spina della Newcastle, si versò una mezza pinta e si sedette a un tavolino. Bevve un sorso e pensò che, se c’era un giorno buono per infrangere le regole, era proprio quello. Si alzò e sfilò la Gibson Les Paul Custom dal gancio superiore, ignorando il fatto che anni prima l’altro barista ne aveva legato il manico con un laccetto di cuoio, per evitare che qualcuno potesse farla cadere. Frugò in uno dei bicchieri accanto alla cassa, usati come portapenne, ed estrasse un plettro rosso come il sangue del demonio. Si sedette al tavolino, bevve un altro sorso dal boccale e provò un paio di accordi. Fece una smorfia di disapprovazione e passò il fazzoletto sulle corde e sul legno verniciato di nero, per togliere lo spesso strato di polvere depositato negli anni. Girò diverse volte le meccaniche dorate, suonando le corde ripetutamente, finché la chitarra non fu perfettamente accordata.
Il suono della Black Beauty senza amplificazione era sottile e appena percettibile, ma nelle orecchie di Brando suonava come se fosse stata collegata ad un muro di Orange AD30. Andò avanti con il suo personale e magnifico concerto nel silenzio e nella penombra del locale, fino a che non ebbe esaurito tutte le sue forze e tutte le canzoni che conosceva a memoria. Quando ebbe finito tirò giù l’ultimo sorso di Newcastle, rimase per un po’ in silenzio a guardare il porcellino e infine gli chiese ad alta voce: “Ho ancora una buona mano, no?”
Il maialino sorrise, come sorrideva sempre. Ma per un brevissimo istante il suo sorriso fu talmente sguaiato che sembrò scoprire dei sottili denti acuminati.

Quella fu la prima volta che la verità mise piede al Nelson Pub di Cremona.